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NO AL NUTRI-SCORE

Molte voci si sono alzate contro la proposta europea di introdurre le etichette “semaforo” agli alimenti, il Nutri-score.
Una proposta nata da un gruppo di scienziati che ritengono che un semaforo posto sulle etichette degli alimenti avrebbe ricadute positive sulla salute delle persone inducendole ad una dieta più equilibrata e salubre.
Ai più potrebbe apparire una proposta come un’altra se dietro ai colori verde, verde chiaro, arancio, arancio scuro e rosso non si nascondessero interessi che con gli alimenti e la dieta hanno poco a vedere.
I semafori, si sa, regolano il traffico ma quando sono male sincronici non solo lo rallentano ma determinano lunghe code.
Eppure studiosi, medici, alimentaristi, dietologi da tempo continuano a studiare la dieta mediterranea come una dieta equilibrata, salubre, che determina anche l’allungamento della vita media. Una dieta per il mondo. Una dieta a cui il mondo guarda.
Ma perché il Prosciutto San Daniele, di Parma o delle altre realtà locali, ovvero i più di mille olii extravergine italiani (unici al mondo) e un numero ancor maggiore di vini (prima assoluto mondiale di vitigni), potrebbero essere contrassegnati dal color rosso del semaforo, se già nell’antichità questi ed altri prodotti Made in Italy erano ricercati da tutte le corti del mondo?
Basterebbe rileggere la storia d’amicizia e d’amore della Regina Vittoria di Baden con il dottor Alex Mounthe per comprendere la qualità della vita che il nostro Paese offre e sa esprimere.
Feuerbach alle metà del novecento affermava “Noi siamo quello che mangiamo”, affermazione che oggi si è arricchita con “La salute si costruisce a tavola”.
Ma perché siamo così preoccupati dell’introduzione del Nutri-score?
La risposta la si trova nella narrazione di un prodotto: frutto del lavoro e della cura dell’uomo, risultato di una selezione avvenuta in secoli di storia, di ricerca, sperimentazione, intuizione; espressione organolettica dei terroir e risultato di lavorazioni che si sono innervate in ambienti culturali e climatici unici. Ma ancor non basta citare il luogo di provenienza (riflesso della qualità e della storia del prodotto) per riconoscere appieno un prodotto della terra. Occorre che l’etichetta (quante battaglie, solo in parte vinte) diventi la Carta d’Identità di un prodotto, perché intrinsecamente affiori la filiera.
La produzione primaria, la trasformazione, confezionamento, commercializzazione, i trasporti, la conservazione, la somministrazione e … il riciclo dei rifiuti.
Ed il Perito Agrario e Perito Agrario Laureato è certamente l’anello più importante di questa filiera con le sue competenze: trasferimento dell’innovazione alle imprese; consulenza ed il controllo
alberello di Pantelleria
dei processi di produzione, anche bio; accompagnamento degli allevatori all’applicazione delle MTD per il benessere animale e la corretta gestione delle regole comunitarie; il controllo e la verifica dei processi gestionali della filiera dell’agroalimentare, soprattutto legati alla qualità (marchi di qualità;) la sicurezza e l’igiene alimentare (azioni e norme che nessun Paese, anche europeo, applica diffusamente e rigorosamente come l’Italia) e la tracciabilità senza dimenticare la particolare e delicata consulenza in materia di utilizzo dei fitofarmaci (il PAN). Paesi in fase di sviluppo hanno ufficialmente chiesto aiuto per correggere processi produttivi della filiera agroalimentare in quanto “inquinati”.
Per questo i Periti Agrari e Periti Agrari Laureati non possono che condividere la battaglia/appello che l’On Paolo De Castro (uno che la materia la conosce bene) affinché l’Europa abbandoni il Nutri-score e ritorni a guardare alle etichette che descrivono il prodotto anche nelle sue qualità nutrizionali. Il resto lo faccia la scuola con azioni permanenti di educazione alimentare coinvolgendo soprattutto le famiglie.
No cara Europa, questa volta i “semafori alimentari” creano davvero un inutile e dannoso disorientamento.

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