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DIRETTIVA NITRATI, TRENT’ANNI PER RIPARTIRE

La direttiva nitrati (Direttiva 91/676/CEE) compie 30 anni e li dimostra sia nel bene che nei ritardi. Il Comune di Orzivecchi, che ospita le spoglie di una grande uomo della terra, “Giuseppe Pastori”, e che ha respirato alla fine dell’ottocento il pensiero e l’azione innovativa di Padre Bonsignori, ha organizzato un convegno chiamando a riflettere sugli aspetti che oggi caratterizzano l’evoluzione della direttiva nitrati. Il Sindaco Sturla e l’Assessore Olini hanno chiamato il presidente del CNPAPAL Braga e il Perito Agrario Chiminelli (rappresentane dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati al tavolo nitrati della Regione Lombardia) a confrontarsi con imprenditori agricoli, rappresentanti delle Organizzazioni Professionali Agricole, rappresentanti di movimenti ambientalisti e professionisti del settore. Dalla riflessione ne è emerso un quadro di sfumature chiare scure. Gli ultimi trent’anni, per l’agricoltura lombarda e italiana, sono stati un periodo breve e lungo al tempo stesso. Breve perché calato in un contesto di cambiamento radicale dei modelli gestionali degli allevamenti e delle imprese agricole. Mai come in questo periodo le agricolture hanno subito cambiamenti di rotta repentini. Basterebbe recuperare un poco la memoria sulle quote latte, ovvero sul cambio di modalità gestionali delle imprese per renderle “economicamente sostenibili” vissuti fra gli anni novanta e duemila. Lungo perché trent’anni rappresentano più di quattro agende PAC. Più di quattro piani agricoli europei che gradualmente hanno affermato il ruolo ecologico-ambientale delle agricolture. Un compleanno quello della direttiva nitrati che fra chiari e scuri ha determinato un cambio di paradigma gestionale degli allevamenti. Affiancata dalle norme in materia di Benessere animale e dalle azioni di sicurezza e igiene alimentare la direttiva nitrati ha favorito, soprattutto dopo il 2000 (si sa l’Italia arriva, ma spesso le politiche agricole comunitarie le applica con qualche tempo di riserva), l’adeguamento degli stoccaggi: vasche e platee. Oggi il dato italiano e soprattutto lombardo presenta un quadro confortante, più del 95% degli allevamenti ha i parametri adeguati, come dire rispetta tutti i vincoli e le regole delle “norme previste per gli allevamenti”. Del resto la qualità non si genera dalle estemporaneità ma dall’impegno costante di imprenditori e professionisti capaci e motivati. Ma come spesso accade i chiari si alternano alle sfumature scure. La Direttiva Nitrati è stata applicata come regole impositiva sempre caratterizzata da scadenze (più volte prorogate), lasciando alla intuitività e disponibilità dei professionisti e delle imprese agricole il compito di scandagliare a applicare le migliori tecniche possibili come opportunità di sviluppo e crescita sostenibile. Soprattutto nel Nord non sono certo mancate iniziative progettuali innovative sul tema, promosse soprattutto dalle Regioni che si sono avvalse degli Enti strumentali di ricerca agricola da loro gestiti, dalle università e dal coinvolgimento di professionisti che ,in questi decenni, hanno dimostrato d’aver acquisito competenze specifiche particolarmente qualificate anche grazie ad una formazione e aggiornamento continue. Un altro aspetto che ancora non è stato sufficientemente e razionalmente affrontato e risolto è l’annosa competizione competenze degli Assessorati regionali all’Agricoltura fra (gli effluenti sono fertilizzanti naturali) e all’Ambiente che ha la competenza in materia di gestione della qualità dell’aria, delle acque e del suolo. Relazione non sempre facile, qualche volta concorrenziale e conflittuale. Oggi la direttiva nitrati si è arricchita di un principio che l’Europa e l’Italia intendono perseguire per rilanciare l’economia del nuovo secolo: “la sostenibilità”. Una sostenibilità che in agricoltura e negli allevamenti ha le migliori condizioni per applicare una concreta e reale economia circolare. Dei veri e propri cicli chiusi di relazione fra allevamenti, deiezioni zootecniche, coltivazioni, qualità dei prodotti coltivati da riutilizzare in azienda. Per questo nel Recovery Plan uno dei grandi progetti potrebbe essere quello di modernizzare l’economia circolare sostenibile degli allevamenti. Avremmo migliorato ulteriormente i nostri prodotti della zootecnica, l’ambiente coltivato, la qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo e delle fonti di energia rinnovabili. Un convegno, quello di Orzivecchi, che è caduto su un pandemico silenzio dal quale ripartire per rigenerare progetti “di” futuro.

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