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STATI GENERALI DELL’ECONOMIA RIPARTIREMO?

 Jean-François Millet, Le spigolatrici (Des glaneuses), 1857,

olio su tela, cm 83,5 x 110. Parigi, Musée d’Orsay

Confesso che a me gli Stati Generali sono sempre piaciuti. Intravedo nel dialogo con tutti i soggetti che animano l’economia e la società non tanto un vecchio e superato principio di “collateralismo”, quanto un moderno modello compartecipativo.

Se la locomotiva deve ripartire tutti coloro che svolgono un ruolo, dal macchinista, al fuochista, dal controllore all’addetto al carico dell’acqua, devono lavorare all’unisono.

Ed è forse questo modello di sistema che legittima (quando viene intrapresa) una permanente relazione fra il decisore pubblico e chi opera sul territorio.

Ma questo Paese, fatica a liberarsi da relazioni che appaiono strumentali, finalizzate a mantenere e rafforzare posizioni che favoriscono alcuni a dispetto di altri.

Questo vizio ha portato l’Italia in una condizione di criticità e debolezza che tutti conoscono. Di fronte ad un contesto produttivo avanzato, tutti concordano che mancano quelle strutture, infrastrutture e servizi (soprattutto di II e III livello) che avrebbero dovuto e dovrebbero rendere un Paese solido, forte, capace di affrontare ogni tempesta, anche improvvisa. Scelte orientate alla modernizzazione che spalancherebbero le porte ad una qualificata, diffusa e nuova occupazione.

Stato e privato si sono così indeboliti entrambi, qualche volta incolpandosi a vicenda. L’uno e l’altro presentando, però, una classe rappresentativa e politica indebolita, quasi fiaccata, incapace di assumersi responsabilità e funzioni che possano andare nell’oggi controcorrente, ma per aprire spiragli di speranza nel domani.

Una Classe imprenditoriale, politica, professionale di élite che sappia vivere le giornate di rischio guardando a quelle radici del modello produttivo e professionale che ha caratterizzato, nel remoto passato, il nostro Paese. Imprenditori veri, politici non da meno, capaci di mediazioni …. al rialzo e non al ribasso.

È per queste semplici considerazioni che ogni comparto produttivo, ogni attore professionale, culturale svolge un ruolo insostituibile, e per questo, centrale nel “progetto” salva Italia.

Uno Stato che vuol comportarsi come quel Padre che vuol portare la propria famiglia in salvo, non può scegliere qualcuno ritenendolo un interlocutore più probo di consenso, lasciando alla deriva chi quel consenso sembra non garantirlo.

Se questo è vero, gli Stati Generali dell’Economia voluti, fortemente voluti, dal Governo e dalla maggioranza, l’opposizione è andata ad incontrare altri, non possono rappresentare la soluzione dei problemi tratteggiando una “nuova strada” da percorrere. In questi mesi, e in questi giorni ho sentito parole consunte, conosciute, inflazionate. Gli Stati Generali dell’Economia non possono rassegnarsi ad essere una manifestazione che copra i fianchi al Governo, al Parlamento e alle Regioni per quelle impopolari scelte che sono chiamati a prendere (il coronavirus sta allentando la sua morsa, ma non il suo morso sulle difficoltà delle famiglie, delle comunità,  delle imprese e dei professionisti italiani). Gli Stati Generali saranno positivi se anziché leggere le formule conosciute, trite e ritrite per la ripresa, sapranno diventare occasione di dialogo permanente che consolida la fertilità del terreno della collaborazione sussidiaria, profondamente concreta, fra Stato e privato. Partendo però da quelle fonti che rendono la società più credibile e solida. La Scuola, va riformata, va riformata, va riformata, perché sforna disoccupati, disorientati e disagiati (solo 1 su quattro trova il lavoro corrispondente al percorso professionalizzante). Perché più di 5 miliardi di euro all’anno vengono gettati nella cloaca massima dispersi al capezzale della mortalità e dell’abbandono scolastico e universitario. Somme che senza scomodare le comparazioni internazionali fra investimento scolastico e PIL rappresenterebbero un volano per il rilancio di tutta la scuola. La scuola tecnica agraria, deve tornare ad essere considerata di seria doppia AA, ma deve cambiare rotta e diventare l’alimentatore delle eccellenze italiane innestate nell’albero della rete agroalimentare. La semplificazione, passando da una burocrazia del gendarme a quella del supporter, qualificherebbe anche coloro che quotidianamente sono chiamati a svolgere inutili e deprimenti controlli e verifiche, che non portano mai ad un risultato. Ambiente docet.

E che dire dei professionisti “questi privilegiati”, soprattutto in agricoltura, dove lo Stato confonde consulenza con servizio, burocrazia con donazione, ricerca e sperimentazione (senza fissa dimora) con innovazione, ovvero, che ancora non sa comprendere la stretta relazione fra sviluppo e sostenibilità. Uno Stato (e Regioni) che si nasconde dietro alla lavagna dell’Europa, nella quale primeggia la scritta “è colpa dell’Europa”, è merito nostro.

E poi, le risorse, quelle concretamente disponibili, non le investiamo né nei tempi previsti, né in coerenza con quelle linee che discendono non dalla follia di qualche politico ma dalla lettura di un contesto internazionale che andrebbe, almeno in parte, governato e non subito.

I Professionisti sono lì con tutto il loro bagaglio di competenza ed esperienza per favorire quei processi di semplificazione e di compartecipazione al nostro domani, per far si che gli Stati Generali dell’Economia, diventino gli Stati Permanenti Generali e, Particolari, della nostra moderna politica di ripartenza e sviluppo.

C’è tempo, c’è spazio per una iniziativa così alta?

All’Italia non manca nulla, se in quel tutto non rimane fuori nessuno, nemmeno i professionisti.

 

                                                                                               Per Agr Braga Mario

 

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