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CORONAVIRUS – VIRUS CHE GENERA NUOVI MODELLI DI SOCIETÀ

 

Ormai siamo ubriachi di notizie sul virus più famoso del mondo. Non c’è trasmissione e giornale che non si apra con le notizie delle zone, roso- gialle, e riempiano intere pagine e occupino il tempo di interi telegiornali. Esperti si susseguono uno dopo l’altro. Esperti che ti spiegano come si diffonde il COVID-19 e scopriamo che si trasmette come tutti i virus influenzali. Ma questo fa paura perché, come nel passato, non la conosciamo e non abbiamo gli antidoti necessari per contrastarlo e … prevenirlo. Eppure mai come in questo tempo di mobilità globalizzate, di mercati regolati (forse poco regolati) dal WTO, come una grande arena del baratto internazionale, vengono messi in discussione da un virus animale che, come insegna la storia, come molti altri si è ben adattato al nostro organismo. In poco più di due mesi dall’inizio dell’epidemia, uomini e merci sembrano essere stati accatastati in una qualche piattaforma di sosta in attesa che superi se stesso. E quel mercato mondiale che si muoveva senza stoccaggi, magazzini, ma solo su ordinazioni periodiche a cui rispondere tempestivamente (oggi per ieri), si trova disorientato come in un campo profughi in attesa che le frontiere si riaprono.

Tutti i settori produttivi si stanno interrogando sulla globalizzazione, sulla glocalizzazione, sul domani, se ci sarà domani, cercando estemporanei rimedi che permettano loro di non affondare in mezzo alle onde tumultuose. Nemmeno l’agricoltura e le sue eccellenze italiane sono indenni da questo fenomeno. Certo l’emergenza sta richiedendo uno sforzo eccezionale per non frenare, arrestare la produzione, ma con lo sguardo al domani, così come si erano interrogati i pastori sardi per difendere il loro latte e il loro straordinario pecorino, occorrerà allungare lo sguardo ad un modello che strutturalmente superi le attualo fragilità. Mercati interni ed internazionali che garantiti da processi di igiene e sicurezza alimentare non sospendano nessun segmento della filiera agroalimentare anche di fronte alle più gravi cicliche emergenze. Mercati che sostenuti da un modello commerciale maturo sappiano “muovere” le merci favoriti da solide strutture internazionali con organizzazione bilaterale e internazionali (riformare il WTO, potrebbe aiutare, non sopprimerlo, renderlo capace di leggere le strategie di medio e lungo respiro).

Questa riflessione, dopo Verona dove si sono presentati i punti di forza e di debolezza delle relazioni commerciali agroalimentari fra Italia e Africa, (studio di NOMISMA) forse rallentando la penetrazione di una ingorda e colonizzante Cina, dovrà partire e tornare l’ha dove tutto incomincia, a scuola.

I Periti Agrari e Periti Agrari Laureati sanno bene quanto valga la nostra scuola. Una Scuola putroppo malata, incapace di ribellarsi ai consunti rituali di politiche e programmazioni scolastiche superate da ogni moderno principio di pedagogia professionale.

In queste settimane più di cinquecento fra intellettuali e docenti universitari hanno lanciato un “grido” contro la morte dell’università (anche a noi sta a cuore la qualità universitaria) presentando un documento aspro e crudo dal titolo “disintossichiamoci”. I docenti parlano di un veleno sottile, una catastrofe al rallentatore che avrebbe devastato il paesaggio istituzionale, desertificando anche gli animi di chi vi lavora. Un po' come togliere l’anima alle nostre scelte. Eppure c’è chi insiste e fra le anguste mura del MIUR qualcuno sta pensando a riforme che nulla hanno a che vedere con un moderno modello scolastico universitario, confondendo scuola e università, professionali e tecnici, licei e tecnici. Tutti sembrano diventati cacciatori non per favorire il ripopolamento del “pensiero lungo” ma l’autoreferenzialità breve. E la Scuola agraria? Forse anche qui occorrerebbe un di più di coraggio, il coraggio di cambiare radicalmente ciò che abbiamo gravemente distorto. Talmente distorto che persino giudici confondono i titoli con i contenti, con i percorsi, con la qualità e la finalità dell’educare. Talmente deformato che i territori volgono lo sguardo agli Istituti Tecnici Agrari quando vi passano distrattamente vicino.

La Scuola Tecnica Agraria è stata per più di cent’anni il “laboratorio” della nuova imprenditoria agroalimentare, dei professionisti aperti anche a i processi produttivi, aperti anche a quelle relazioni internazionali che ci hanno fatto apprezzare in tutto il mondo. Intelligenze che ancora vengono stimate e valorizzate, grazie alla stoica resistenza di “alcuni presidi e docenti” sempre meno riconosciuti. Non si vendono solo prodotti, ma prodotti che narrano l’intelligenza e la cultura di chi li sa produrre e valorizzare ed i territori che li generano.

È dalle intelligenze, aiutate, accompagnate, sostenute a diventare mature e solide, che si deve ripartire anche per governare le emergenze di questo tempo, ma camminando speditamente verso un’altra meta, la capacità di realizzare reti fra le scuole del mondo economicamente in ritardo e il nostro Paese, le nostre intelligenze e professioni. L’Italia apra teste di ponte nei Paesi del terzo e quarto mondo.

Il COVID-19 ci costerà caro, lo sappiamo, sperando non metta in ginocchio le nostre imprese agroalimentari, ma quel virus che sta incrinando lo schema di una politica che sa solo parlare di risorse senza sapere come dovrebbero essere spese per spenderle bene, potrebbe generare lo sprone per riprendere fra le mani il “governo” del nostro oggi e domani.

Ed allora facciamo ricerca sui genomi dei virus che hanno colpito le nostre scuole e le nostre università, mappiamoli, ma da subito lavoriamo al vaccino, perché l’epidemia che ha colpito le ha colpite non ci faccia arretrare di fronte alle sfide che le società e la terra c'impongono.

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