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AGRICOLTURA SALVA ITALIA

 

Un dirigente del MISE ha recentemente pubblicato una riflessione che nella sua estrema sintesi afferma che l’economia italiana dopo il coronavirus potrà riprendere partendo dalla valorizzazione dell’agroalimentare.

Una affermazione che certamente pone all’attenzione dei meno distratti il ruolo che l’agricoltura e l’agroalimentare hanno conquistato faticosamente, lentamente e non definitivamente in questi ultimi quattro decenni.

Ma pur non potendo essere equiparato ad altri settori che soffrono e soffriranno condizioni particolarmente gravose, quale il turismo (vedi anche agriturismo, ristoranti e pubblici esercizi), anche l’agricoltura di fronte al modificarsi dei mercati internazionali (disdette e diminuzione di ordini) e al cambio delle abitudini alimentari del mercato interno sta soffrendo per condizioni congiunturali, ma anche strutturali.

I comparti che maggiormente stanno soffrendo le polmoniti economiche provocate dal COVID-19, latte, vino, olio, carni soprattutto rosse, si trovano di fronte alle solite litanie di impegni a sostenere con finanziamenti le imprese, (reintroduciamo la cambiale agraria?), alle promesse di de-burocratizzazione (ogni giorno qualsiasi controllore può entrare in un’impresa riscontrando elementi sanzionabili), ovvero alle promesse di sostegno al mercato interno e internazionale.

Pur leggendo molti articoli scritti anche da autorevoli e qualificati operatori e osservatori del e nell’agroalimentare, si fatica ad intravvedere vie di uscita concrete e credibili.

Certo è che se ricetta esiste, questa passa da una profonda rivoluzione del modello Italia, fondato su una “burocrazia” fine a se stessa. Del resto chi non sa far rispettare le regole, continua a scriverne di nuove.

Ma ancor di più passa da un saper coniugare soggetti e processi diversi che devono essere armonizzati.

Innanzitutto va messa mano ad una profonda riforma della scuola professionale, tecnica e universitaria agraria. La professione va riportata a svolgere quella missione di educazione e formazione di operatori qualificati (manodopera) delle imprese (potatori, mungitori, trattoristi, giardinieri capaci di svolgere le loro funzioni utilizzando le migliori tecniche disponibili). Istituti Professionali che dovrebbero essere trasferiti alle Regioni per essere raccordati (essere un unico modello) con la Formazione Professionale (debolissima al Sud, inadeguata al Centro, con insufficiente al Nord). Una Istruzione professionale che dovrebbe essere gestita dalle rappresentanze agricole con la sovrintendenza delle Regioni. Una Scuola Tecnica, integrata con una Istruzione Tecnica Superiore che ne completi il percorso svolta in quei luoghi che hanno coniugato aula, laboratori e azienda agraria e alla quale venga restituito il ruolo di luogo della formazione di professionisti e tecnici che accompagnano direttamente e come consulenza le imprese nei loro processi di innovazione e sviluppo. Una Scuola Tecnica Agraria che dovrebbe essere gestita dal Ministero dell’Agricoltura. Cercare mediazioni fra “Gentile” e i riformisti del nuovo millennio è uno sforzo inutile, guardando ad una nuova e moderna pedagogia professionalizzante, che forse la politica potrebbe affrontare con qualche determinazione (tra poco celebriamo il centenario dell’approvazione della riforma Gentile). Le Università devono, devono, devono tornare ad essere laboratorio d’èlite e non il parcheggio di giovani che in larga parte si perdono nei primi due anni. Quanto costa alle famiglie italiane e al Paese il drop out della scuola e dell’Università. Quanto costa alle famiglie, alla società e allo Stato la distanza fra scuola e realtà, fra scuola e territorio.

Partire dalla scuola per riformare le professioni intellettuali, i professionisti che siano riconosciuti quali soggetti di ricerca, di assistenza tecnica e consulenza del modello agro-alimentare.

E… non possiamo non pensare ad un cambiamento dei sistemi rappresentativi delle imprese agricole. Un processo certamente non facile in quanto cristallizzato in condizioni strutturali storiche autoreferenziali.

Da questi processi di cambiamento delle rappresentanze dell’agricoltura si possono ritrovare gli interlocutori del decisore pubblico che anziché vivere di scelte congiunturali, vincolate dai fenomeni esterni, potrebbero generare processi di sviluppo compartecipato.

Il COVID-19 passerà, ma non passerà quello strascico di cambiamento del nostro modello produttivo, economico, sociale e culturale.

Si può ripartire dall’agroalimentare per riavviare il Paese? Certamente sì, liberandoci delle strumentalità che ancora, anche in questi giorni, ripresentano troppi soggetti nell’arena della competizione e dei conflitti.

Forse è proprio questo il tempo di pensare ad una Conferenza Nazionale che generi un nuovo modello agroalimentare italiano.

I Periti Agrari e Periti Agrari Laureati, in queste “aule” riformiste, non faranno mancare il loro positivo contributo di proposte, sollecitazioni portando con se il loro patrimonio umano, culturale e professionale.

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