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IMMERSI NEL NOSTRO FUTURO

Tutti gli opinionisti, gli economisti, i sociologi, i “professionisti” della lettura dei fenomeni sociali ed economici, concordano col fatto che il coronavirus non ci ha solo privati del calore di molti cari, non solo ha lasciato tracce indelebili in molti contagiati, ammalati e guariti, ma ha lasciato e lascerà una traccia, una profonda ferita indelebile nel nostro modello sociale ed economico produttivo.

In molti, col pensiero rigonfio di pietà per le migliaia di vite strappate, con sentimenti intrisi di gratitudine per coloro che hanno operato e operano nel fronte della malattia, soprattutto in quelle corsie stipate di nuovi letti e respiratori dedicati al COVID-19, che aiutano le persone a  non affievolire la speranza della vita, guardano al giorno e al giorno dopo.

Ma in molti cominciano a guardare a quel domani ormai prossimo (i giorni volano e le settimane non si contano più) che ci vedrà posti di fronte a quel bivio che forse ci eravamo illusi di non incontrare mai.

Avremo fra poco di fronte a noi due sentieri entrambi poco agevoli, impervi, che conducono in direzioni opposte.

Una potrebbe portarci alla destinazione di una società dei diversi, delle caste, delle divisioni sociali ed economiche incolmabili. Potrebbe generare un enfisema sociale.

L’altra, più complessa, faticosa, mai diffusamente condivisa, potrebbe trascinarci verso un approdo di società solidale che, come avvenuto negli ospedali in questi giorni, chi ha la “forza” e la “competenza” si chini sull’ammalato. L’Italia ammalata, che dopo l’avvio lento e graduale del dopo-coronavirus, sarà abitata da disoccupati, da immigrati irregolari, da imprenditori e professionisti sottopagati, da persone disorientate e forse sfiduciate e, da studenti e giovani senza futuro.

Una stradicciola manzoniana, la nostra, che: “si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva (salirà) verso il monte, e menava alla cura; l’altra scendeva (scenderà) nella valle fino al torrente”.

In questi giorni, nuovi i bravi,l’un dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole”, si affaticano a fornire ricette che, mi pare di cogliere, vengono cucinate senza i necessari ingredienti.

Leggo di documenti che vengono proposti al Governo da soggetti pubblici e privati., sempre chè questo Governo abbia la statura per governare le politiche di lungo respiro per il domani. Da politici forse discendenti di un certo Quagliostro e così andando.

Ma i più acuti sanno che mai come in questo momento, incomparabile a qualsiasi altro tempo della storia recente o remota, quest’Italia, questo straordinario Paese, sarà chiamato per guardare a nuove albe dovrà sgrondarsi del particolare per generare una comunità.

Sappiamo che tutte, proprio tutte, le migliori intelligenze e energie dovranno una volta tanto pensare in generale e non in particolare. Guardare agli altri, oltreché a sé stessi. Le rappresentanze più illuminate saranno chiamate ad un supplemento di impegno e responsabilità affinchè ogni progetto si cali, s’innesti in un’idea alta di casa Comune.

E non vi è dubbio che uno dei settori produttivi più importanti, oggi centrali, per “riguadagnare il domani” sia proprio quell’agroalimentare che nell’emergenza contingente abbiamo scoperto, finalmente essere strategico.

Così come il Paese ha scoperto come i gangli professionali siano essenziali a far “respirare” il nostro modello sociale e produttivo.

Per questo i Periti Agrari e Periti Agrari Laureati non proporranno “ricette” del dopo-coronavirus; ne abbiamo, ne avremo e certamente sono proposte che farebbero recuperare struttura e coesione al Paese; ma chiederanno al Paese, al Governo e alla politica, in particolare, che si facciano carico di una conferenza nazionale per il Paese.

Una conferenza in cui tutti i soggetti, nessuno escluso, nemmeno dalla strumentalità elettorali, siano chiamati a Riformare il Paese. Siano chiamati a portare l’ammalato Italia in quei luoghi della cura dove non manchino medicinali e respiratori.

Se non prenderemo la “viottola sbagliata” sospinti da “bravi” dell’era moderna, forse potremo intraprendere insieme quel cammino, troppo spesso richiamato, evocato, anche da chi, nel dopo caduta del muro di Berlino, ha portato a permanenti disorientamenti indebolendo e destrutturando il nostro modello sociale ed economico produttivo.

La Mamma di un nostro presidente (donna anziana e savia) ama ripetere in questi giorni: “Mettiamoci a buontempo”. Forse questa è la vera ricetta per ritrovare la speranza di un domani che sarà quel che noi sapremo costruire.

 

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